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  • Anestesia contro Autenticità
    Alcol e benzodiazepine: quando smettere di sentire sembra l’unica soluzione

Dott.ssa Caroline Daphne Marcucci
Psicologa Psicoterapeuta – Approccio integrato
Esperienza clinica nel lavoro con persone che soffrono di dipendenze e disturbi correlati
Articolo clinico-divulgativo
Pubblicato il: 22/ 12 / 2025

Molte persone non iniziano a bere o a prendere benzodiazepine per “sballarsi”.
Lo fanno per tacere qualcosa: un’ansia costante, un dolore emotivo, un corpo sempre in allerta, una mente che non si ferma mai.

Alcol e benzodiazepine rappresentano una delle forme di anestesia emotiva più potenti e socialmente accettate. Una prescrizione medica, un bicchiere dopo cena, una goccia per dormire. Tutto sembra normale, legittimo, controllabile. E proprio per questo il pericolo è spesso sottovalutato.

Perché si cade nell’uso di alcol e benzodiazepine

Dal punto di vista psicologico, queste sostanze rispondono a bisogni molto precisi:

  • ridurre l’ansia e la tensione interna

  • spegnere il pensiero ossessivo

  • sedare emozioni percepite come ingestibili

  • favorire il sonno e il “crollo” mentale

  • creare una distanza dal dolore psichico

In altre parole, non si cerca il piacere, ma la sospensione del sentire.

In persone particolarmente sensibili, iper-responsabili, traumatizzate o cresciute nel controllo, l’alcol o le benzodiazepine diventano un modo rapido per “funzionare”, continuare, resistere. All’inizio sembrano aiutare. Poi iniziano a chiedere il conto.

Gli effetti cercati… e quelli reali

Gli effetti desiderati sono:

  • rilassamento

  • calma

  • abbassamento dell’ansia

  • sonno

  • sollievo immediato

Ma nel tempo, gli effetti reali diventano:

  • tolleranza (servono dosi maggiori)

  • dipendenza fisica e psicologica

  • peggioramento dell’ansia di base

  • ottundimento emotivo

  • perdita di contatto con sé

La persona non sente più troppo dolore, ma non sente più nemmeno se stessa.

Il grande rischio sottovalutato: l’uso combinato

L’associazione tra alcol e benzodiazepine è uno dei rischi clinici più seri e più frequenti.

Entrambe sono sostanze deprimenti del sistema nervoso centrale. Insieme:

  • potenziano l’effetto sedativo

  • rallentano respirazione e riflessi

  • aumentano il rischio di blackout

  • aumentano il rischio di overdose accidentale

Non è raro che una persona dica:
“Prendo le benzo prescritte, bevo solo la sera”.
Dal punto di vista clinico, questa combinazione è estremamente delicata, soprattutto se protratta nel tempo.

La mia esperienza clinica: dall’anestesia al ritorno all’autenticità

Da molti anni lavoro con persone che vivono una dipendenza da alcol, benzodiazepine o entrambe. Persone spesso molto funzionanti, intelligenti, sensibili, che per lungo tempo hanno “retto” grazie a queste sostanze.

Il vero lavoro terapeutico non è solo smettere.
È tornare a sentire senza essere travolti.

L’autenticità non è uno stato romantico: è la capacità di tollerare emozioni, corpo, vuoti, paure, senza anestetizzarsi.

Disintossicarsi è possibile, ma non si improvvisa

La disintossicazione può avvenire:

  • in contesto protetto (ricovero, clinica, struttura dedicata)

  • oppure a domicilio, ma solo con supporto medico e terapeutico adeguato

In entrambi i casi, il percorso efficace è integrato e non solitario.

Il supporto a 360 gradi include:

  • psichiatra (per la gestione farmacologica sicura)

  • psicoterapia (per lavorare sulle cause, non solo sul sintomo)

  • gruppi di supporto come Alcolisti Anonimi

  • una rete che accompagni la persona anche nei momenti più critici

Smettere senza un contenimento adeguato espone a ricadute, sofferenza inutile e rischio fisico.

Tornare a sentire: il vero cuore del percorso

Il problema non è solo togliere una sostanza.
È imparare a stare:

  • nell’ansia

  • nel vuoto

  • nella paura

  • nel corpo che torna a farsi sentire

Il percorso verso l’autenticità è graduale, guidato, sostenibile. Non è una prova di forza, ma un atto di cura profonda.

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica, medica o un percorso terapeutico personalizzato.

  • "Disintossicazione: cosa accade al corpo quando l’anestesia viene meno"

Le fasi di assestamento del sistema nervoso dopo la sospensione di una sostanza

Dott.ssa Caroline Daphne Marcucci
Psicologa Psicoterapeuta – Approccio integrato
Esperienza clinica nel lavoro con persone che soffrono di dipendenze e disturbi correlati
Articolo clinico-divulgativo
Pubblicato il: 26/12/2025

Quando una pesona interrompe l’uso di una sostanza o di un comportamento che per lungo tempo ha funzionato come anestesia, ciò che emerge per primo non è la libertà, ma il corpo.

La disintossicazione non è solo l’assenza di una sostanza.
È un processo di riassestamento profondo del sistema nervoso, che deve tornare a funzionare senza un regolatore esterno.

Questo processo è soggettivo, non lineare e spesso frainteso.

Il corpo dopo l’anestesia

Ogni forma di dipendenza ha in comune un elemento centrale:
per un periodo più o meno lungo, il sistema nervoso ha delegato la regolazione a qualcosa di esterno.

Quando questa delega viene interrotta, il corpo si ritrova a dover:

  • riattivare i propri sistemi di autoregolazione

  • gestire stimoli ed emozioni senza filtri

  • riorganizzare ritmi, sonno, appetito, attenzione

Non è un ritorno immediato all’equilibrio, ma una fase di transizione.

Le fasi di assestamento (in modo generale)

Fase di attivazione e allarme

Spesso è la prima a manifestarsi.
Il corpo può entrare in uno stato di:

  • iper-attivazione

  • tensione interna

  • irrequietezza

  • ipersensibilità agli stimoli

È una risposta fisiologica comprensibile:
un sistema nervoso abituato a essere sedato si ritrova improvvisamente senza protezioni.

Fase di instabilità

Dopo la fase più acuta, molte persone attraversano un periodo altalenante:

  • momenti di maggiore lucidità

  • seguiti da stanchezza, vuoto o confusione

  • oscillazioni emotive

  • difficoltà a riconoscere ciò che si prova

Questa fase è spesso vissuta come scoraggiante, ma rappresenta un tentativo del corpo di trovare un nuovo equilibrio interno.

Fase di riemersione del sentire

Gradualmente iniziano a riapparire:

  • sensazioni corporee più definite

  • emozioni non più anestetizzate

  • ricordi e vissuti emotivi

Non emerge solo il dolore.
Emergono anche parti di sé rimaste a lungo silenziose.

Questa fase richiede contenimento, perché ciò che ritorna non è solo presente, ma storia emotiva.

Perché non esistono tempi standard

Il corpo non segue una tabella.
Segue la propria esperienza.

I tempi di assestamento dipendono da:

  • durata dell’anestesia

  • intensità e modalità dell’uso

  • storia emotiva e traumatica

  • capacità di tolleranza del sistema nervoso

  • presenza o meno di un contesto di supporto

Forzare questo processo significa spesso aumentare il rischio di ricaduta o di sofferenza inutile.

Disintossicazione non significa ancora stare bene

È importante distinguere due piani:

  • disintossicazione

  • integrazione

La prima crea le condizioni perché il corpo possa tornare a sentire.
La seconda riguarda il come stare in ciò che si sente.

L’autenticità non è immediata.
Arriva dopo, quando il sistema nervoso ha ritrovato una base minima di regolazione.

Un attraversamento, non una prova di resistenza

La disintossicazione non è una gara, né una dimostrazione di forza.
È un attraversamento delicato che richiede tempo, continuità e presenza.

Prima di potersi definire “puliti”, è necessario sentirsi sufficientemente regolati.

Quando l’anestesia viene meno,
il primo compito non è capire,
ma permettere al corpo di riassestarsi.

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica, medica o un percorso terapeutico personalizzato.

  • "Quando l’anestesia finisce"

La difficoltà di restare puliti, il valore del supporto e il ritorno a sé

Dott.ssa Caroline Daphne Marcucci
Psicologa Psicoterapeuta – Approccio integrato
Esperienza clinica nel lavoro con persone che soffrono di dipendenze e disturbi correlati
Articolo clinico-divulgativo
Pubblicato il: 22/12/2025

Quando l’anestesia viene meno e il corpo ha attraversato le prime fasi di assestamento, molte persone si aspettano che il peggio sia passato.
In realtà, è spesso qui che inizia la parte più delicata del percorso.

Restare puliti non significa solo non usare più una sostanza o un comportamento.
Significa vivere senza anestesia, ogni giorno.

La parte meno raccontata: restare puliti è difficile

Dopo la fase iniziale, ciò che emerge non è solo sollievo, ma una nuova responsabilità:
quella di stare nella vita così com’è.

È in questa fase che possono comparire:

  • senso di vuoto

  • nostalgia dell’anestesia

  • paura di non farcela

  • desiderio di “staccare” anche solo per un attimo

Non perché il percorso stia fallendo, ma perché la persona sta imparando a vivere senza un filtro chimico o comportamentale.

Restare puliti è una competenza che si costruisce nel tempo.

Perché il supporto è fondamentale

La dipendenza, in tutte le sue forme, prospera nell’isolamento.
La continuità della sobrietà, invece, ha bisogno di relazione.

Il supporto esterno non serve solo nei momenti di crisi, ma soprattutto quando:

  • “va tutto bene”

  • si abbassa la guardia

  • si torna a pensare di potercela fare da soli

Avere qualcuno con cui condividere, rispecchiarsi e confrontarsi è una delle principali forme di protezione dalla ricaduta.

Il valore profondo dei gruppi

I gruppi di supporto rappresentano per molte persone un punto fermo nel tempo.
Non perché risolvano tutto, ma perché normalizzano ciò che spesso viene vissuto con vergogna o solitudine.

Nel gruppo:

  • non è necessario spiegarsi

  • non si è speciali né sbagliati

  • si impara a chiedere aiuto

  • si costruisce continuità

Il gruppo non sostituisce la psicoterapia, ma crea una rete viva che sostiene il percorso nel quotidiano.

Psicoterapia e integrazione: dare forma al nuovo sé

Se la disintossicazione riguarda il corpo, e il supporto protegge il percorso, la psicoterapia è lo spazio in cui ciò che emerge può essere integrato.

È qui che la persona può:

  • riconoscere chi è senza anestesia

  • dare senso alle proprie emozioni

  • lavorare sulle fragilità riemerse

  • costruire nuove modalità di regolazione

Restare puliti non significa tornare alla vita di prima,
ma crearne una nuova, più aderente a ciò che si è.

La parte bellissima: ritrovarsi

Con il tempo, e non senza fatica, accade qualcosa di profondo.
La persona inizia a sentire in modo diverso.

Tornano:

  • emozioni più autentiche

  • una percezione corporea più viva

  • una sensibilità che non è più solo dolore

  • un senso di presenza

Non è una felicità costante.
È una verità sentita.

Molte persone scoprono di non essere “troppo”, “sbagliate” o “fragili”,
ma semplicemente vive, senza anestesia.

Autenticità non è assenza di difficoltà

Essere autentici non significa non soffrire più.
Significa non dover più fuggire da ciò che si prova.

È la capacità di stare:

  • nelle emozioni

  • nelle relazioni

  • nei limiti

  • nella propria storia

senza bisogno di spegnersi.

Restare puliti è un atto quotidiano di presenza.
L’autenticità non è una meta da raggiungere,
ma una relazione continua con se stessi.

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica, medica o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Benzodiazepine: IL DIAVOLO VESTE PRADA

Dott.ssa Caroline Daphne Marcucci
Psicologa Psicoterapeuta – Approccio integrato
Esperienza clinica nel lavoro con persone che soffrono di dipendenze e disturbi correlati
Articolo clinico-divulgativo
Pubblicato il: 29/ 12 / 2025

Il diavolo non si presenta con le corna, Si presenta elegante, rassicurante, competente e
Promette sollievo immediato, funzionalità e controllo.

Le benzodiazepine funzionano esattamente così!

Sono tra i farmaci più prescritti per ansia, insonnia, attacchi di panico, agitazione emotiva.
E funzionano, funzionano molto bene!
Ed è proprio questo che le rende così insidiose

Nella mia esperienza clinica incontro spesso persone che raccontano la stessa cosa:

“Finalmente dormo.”
“Finalmente l’ansia si abbassa.”
“Finalmente riesco ad andare avanti.”

Non è debolezza è fisiologia.

Quando un sistema nervoso è sotto stress prolungato, cerca tregua e le benzodiazepine gliela offrono rapidamente.

Il problema non è l’effetto iniziale.
Il problema è il tempo.

Quello che viene detto è:

“Ti aiuta a stare meglio.”

Quello che viene detto meno è:

“Il tuo sistema nervoso si adatterà a questa calma indotta.”

Nel tempo, il cervello:

  • riduce la propria capacità autonoma di regolazione

  • sviluppa tolleranza

  • ha bisogno della sostanza per mantenere l’equilibrio

Non perché la persona sia fragile ma perché il sistema nervoso impara molto velocemente.

L’anestesia emotiva (che arriva piano):

Nei casi clinici seguiti, molte persone non parlano solo di meno ansia.
Raccontano anche:

  • meno emozioni

  • meno slancio

  • meno vitalità

  • meno contatto con sé

Spesso dicono:

“Sto meglio, ma non mi sento più come prima.”

L’anestesia emotiva non arriva tutta insieme.
È graduale, silenziosa, quasi elegante.

Come il diavolo in Prada.

La difficoltà maggiore non è iniziare una benzodiazepina.
È uscirne, soprattutto dopo anni di utilizzo.

Nei percorsi di riduzione e sospensione, le pazienti raccontano spesso:

  • stanchezza profonda

  • calo dell’umore

  • nervosismo

  • insonnia o risvegli precoci

  • nausea, febbricola, tensione corporea

  • difficoltà a stare con gli altri

  • sensazione di essere “scoperte”

Questa fase viene facilmente scambiata per:

  • depressione

  • peggioramento psicologico

  • incapacità personale

In realtà, molto spesso è: un sistema nervoso che sta reimparando a funzionare senza anestesia

Non è debolezza. È neurobiologia.

Chi fatica nello scalaggio non è “dipendente perché fragile”.
È una persona il cui sistema nervoso:

  • si è adattato

  • ora deve riadattarsi

E l’adattamento non è immediato.
Richiede tempo, gradualità, accompagnamento.

La sofferenza in questa fase non è un errore è apprendimento in corso.

Il sistema nervoso ha memoria dell’adattamento.
La paura no

Un aspetto molto delicato, che incontro spesso, è l’associazione tra benzodiazepine e:

  • alcol

  • altre sostanze

  • comportamenti anestetici (cibo, isolamento, ipercontrollo)

Spesso non è una “doppia dipendenza consapevole”.
È un tentativo del sistema di mantenere l’anestesia quando una sostanza non basta più.

In questi casi, il lavoro non può essere improvvisato.
Serve uno sguardo integrato e un accompagnamento attento, perché togliere un’anestesia senza sostegno può portare a cercarne un’altra.

Autenticità contro anestesia:Uscire dalle benzodiazepine non significa “stare bene subito” Significa tornare a sentire.

E tornare a sentire, almeno all’inizio, può fare paura.
Può essere faticoso.
Può sembrare di peggiorare.

Ma spesso non è peggioramento.
È verità che riemerge.

Perché parlarne apertamente:

Parlare di benzodiazepine senza demonizzarle, ma senza minimizzarle, è un atto di responsabilità clinica.

Non si tratta di dire “non prenderle mai”.
Si tratta di dire:

  • quando servono

  • per quanto tempo

  • cosa comportano

  • e soprattutto come accompagnare l’uscita

Le benzodiazepine funzionano e molto bene ed è proprio per questo che meritano di essere raccontate fino in fondo.

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica, medica o un percorso terapeutico personalizzato.